Biocarburanti e sfruttamento del lavoro
Le recenti critiche ai biocarburanti a causa delle condizioni di sfruttamento applicate ai lavoratori del Sud America ci lasciano perplessi. La perplessità deriva non certo dallo sfruttamento del lavoro, una realtà innegabile in molti paesi emergenti, ma soprattutto per il continuo attacco nei confronti dei
biocarburanti da parte di alcuni ambienti politici di estrema sinistra. Dapprima ai biocarburanti veniva criticata la possibile cannibalizzazione del settore agroalimentare a favore di quello energetico, come se i biofuel fossero la causa della fame del mondo, ora sono anche accusati di agevolare lo sfruttamento dei lavoratori. Come se lo sfruttamento del lavoro fosse una conseguenza diretta dei biocarburanti. In realtà, sarebbe sufficiente fare un viaggio nelle piantagioni di pomodoro del Sud Italia per accorgersi che lo sfruttamento della manovalanza agricola è un fenomeno del tutto slegato al settore merceologico o alla filiera di riferimento. Oppure ricordare le scarpe sportive o i palloni da calcio fabbricati nei paesi in via di sviluppo da manodopera minorenne, sfruttati a basso salario e orari prolungati per ridurre i costi di produzione della multinazionale europea o americana di sorta. Si ha invece sempre più l'impressione che i biocarburanti diano fastidio per ragioni geopolitiche o ideologiche più che ambientali. Lo dimostra l'accesa discussione degli ultimi mesi a cui hanno partecipato personaggi politici del calibro di Fidel Castro e Chavez. Da un lato i soliti imperialisti americani a giocare il ruolo dei cattivi, questa volta dalla parte dei biocarburanti per ridurre la dipendenza petrolifera dall'estero, e dall'altra i buoni, paladini dell'equità distributiva mondiale contro i biocarburanti e indirettamente difensori dell'attuale economia del petrolio. Che ci sia un pò di malafede in tutto questo?
20070707
Fonte Ecoage